Satire II

Con Orazio, la satira romana raggiunge la sua canonizzazione classica. Dal punto di vista formale il poeta sceglie la forma esametrica, già utilizzata da Lucilio. Quest’ultimo però è criticato dall’autore per aver scritto troppo e aver curato poco i suoi versi. Invece, il modello di scrittura praticato da Orazio si mantiene più vicino ai poeti greci e alessandrini e alle scelte dei neoterici. Ecco perché i temi e i toni tipici della tradizione di questo genere letterario, incline all’immediatezza e al realismo, sono sottoposti ad una censura formale estremamente sorvegliata. Lo scenario accoglie per lo più situazioni tipiche della vita quotidiana della sua città e, solo nel procedere del testo, il tema centrale dei singoli componimenti prende forma e viene individuato.

Nel libro II, che venne pubblicato nel 30 a.C., l’ispirazione oraziana sembra affievolirsi ed in alcune satire sembra quasi che il poeta si dilunghi in modo eccessivamente meccanico su temi svolti con metodo, ma con scarsa convinzione. Egli perde quell’ottimismo che caratterizza la narrativa del primo libro: sembra che la corsa del tempo e la fugacità dei piaceri abbiano preso il sopravvento sul poeta. Contemporaneamente gli spazi del dialogo si allargano sempre più: anzi, si può dire che questo sia ormai la cornice privilegiata della satira oraziana.

Nel primo componimento il poeta rivolge una serie di domande al giurista Trebazio Testa sull’opportunità di scrivere poesia satirica:

“Per farla breve, sia che m’attendo una quieta vecchiaia o che la morte con le sue lugubri ali già mi svolazzi intorno, ricco o povero, a Roma o, se la sorte lo vorrà, in esilio, io scriverò, di qualsiasi colore sarà la mia vita” (Satire II 1, 57 ss.).

Nel secondo, Orazio critica il lusso smodato e la grande avarizia, celebrando invece la frugalità:

“padrone della propria terra la natura non ha destinato nessuno, né lui, né me: lui ci ha cacciati, e lui dalla dissipazione, dell’inesperienza nei cavalli giuridici sarà cacciato o infine da un erede, questo è certo, che più di lui vivrà. Il campo che ora ha nome di Umbreno, prima detto di Ofello, non sarà mai proprietà di nessuno, ma ceduto in uso oggi a me, domani ad un altro” (Satire II 2, 129 ss.).

In questo testo a parlare è Ofello che, perso il proprio terreno, fa un elogio della temperanza.

Nella terza satira, si racconta di come il commerciante fallito Domasìppo vada a fare visita ad Orazio nella sua villa in Sabina, dove si è recato per i Saturnali. Approfittando della libertà di parola vigenti in quei giorni, vuole dimostrare di essere pazzo come tutti gli altri, tranne i sapientes, dediti alla filosofia.

Nel quarto sermo, si parla invece di un altro amico del poeta, Lazio, il quale snocciola, in forma dei principi della massima rilevanza filosofica, una minuta precettistica gastronomica a carattere parodico. L’idea di base è probabilmente di ispirazione luciliana.

Nel quinto componimento viene svolto un altro elenco di precetti a carattere paradossale. Questa volta è il fantasma di Tiresia che l’impartisce ad Ulisse, il quale lo interroga su come potrà ricostruire il proprio patrimonio, una volta terminate le sue peregrinazioni: il risultato finale è una sorta di ironico manuale del cacciatore di eredità.

Nella sesta satira, Orazio sviluppa una lode convinta della vita di campagna, contrapponendola ai disagi e alle fatiche che comporta l’abitare a Roma. Il contrasto fra i due modelli di esistenza è riproposto nel celebre apologo conclusivo che ha come protagonisti un topo di campagna e quello di città:

“Era proprio questo il mio sogno (hoc erat in votis): un pezzo di terra, non tanto grande, con un orto e una fonte sorgiva presso la casa, e anche un pochino di bosco. Altro non ti chiedo, o figlio di Maia, se non di rendermi stabili questi doni. Se è vero che io non ho accresciuto con le mali arti il mio patrimonio, né lo consumerò con i vizi e le colpe, allora ciò che possiedo mi basta e mi rende felice. Qui in campagna non mi tormenta né la malvagia ambizione, né l’accasciante scirocco, né l’infesto autunno fonte di guadagno per la crudele libidine” (Satire II 6, 1 ss.).

Una delle composizioni più interessanti di questa seconda raccolta è la settima satira, in cui, cogliendo l’occasione della festa dei Saturnalia e della libertà di parola che vi si accompagnava, lo schiavo del poeta gli muove ogni sorta di critica. Davo rimprovera ad Orazio soprattutto l’incoerenza: sarebbe, infatti, il primo ad avere orrore di quei costumi dell’antica plebe che va elogiando, se fosse costretto a praticarli. Tant’è vero che desidera la campagna solo quando è a Roma, mentre lontano dalla città è tormentato dal desiderio di tornarvi; se non è invitato a cena, loda il cibo modesto, ma poi, quando lo chiamano, si affretta subito ad andare. Insomma, fra Davo ed il suo padrone il vero schiavo è Orazio, incapace di quel dominio su se stesso, che dovrebbe garantire la libertà di cui gode il sapiente:

“la verità è che tu, che comandi a me, ubbidisci umilmente ad un altro, e ti fai guidare come una marionetta dai fili tirati ad altri. Chi dunque, è libero? Il sapiente, che è padrone di se stesso, che non ha paura né della povertà, né della morte, né delle catene, che sa resistere alle passioni, che ha la forza di disprezzare gli onori, perfetto in se stesso, liscio e rotondo, sicché nessuna esterna può intaccare la superficie, e sempre s’infrangono contro di lui i colpi della sfortuna” (Satire II 7, 80 ss.).

La scena fra Orazio e Davo mette in forte rilievo un elemento essenziale della morale proclamata dal poeta in tutta la sua opera: il distacco di chi non chiede di essere preso troppo sul serio, di chi vuole sdrammatizzare la gravità dei principi di misura, coerenza e moderazione che enuncia.

Nell’ottava satira viene descritto il banchetto di un uomo ricco, ma privo di eleganza, Nasidièno. Un tema simile era già stato trattato da Lucilio e del resto il personaggio di Orazio prefigura quello petroniano di Trimalcione.

In conclusione, la poesia satirica del poeta è costantemente attraversata da un’evidente sfumatura di ironia ed è ben lontana dalla tensione aspra che la satira successiva, in particolare quella del risentito Persio e dell’indignatissimo Giovenale, imprimerà all’osservazione di costumi e vizi che caratterizzano la società del tempo.

MARTINA PERNICE

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