Satire I

Orazio scrive il primo libro delle Satire, dedicato a Mecenate, nel 35 a.C. Si tratta di un genere di componimento poetico già sperimentato da molti autori latini: Ennio e Pacuvio, che ne sono considerati gli iniziatori, trattano temi estremamente vari, sia seri sia faceti; Lucilio è invece il primo a portare innovazioni sostanziali al genere, sia contenutistiche (con lui, ad esempio, la satira diventa strumento aggressivo di espressione di sentimenti personali e di critica alla società e all’establishment) sia formali (è lui a selezionare i metri che è possibile utilizzare, in particolare l’esametro); infine, Varrone, il poligrafo di età cesariana, il quale scrive satire menippee, cioé composizioni miste di versi e di prosa e di argomento e tono estremamente vario.

Il Venosano, in effetti, coglie qualche elemento dall’uno e qualche elemento dall’altro: in particolare, predilige l’utilizzo dell’esametro, che diventa unico metro per tutti i sermones; poi, come già Lucilio e in parte anche Varrone, impiega il genere sia per ripensare alla propria biografia, sia per descrivere, con comicità, i vizi di una società disgraziata, ma che non è mai detestata fino in fondo, come invece lo stesso Orazio ha fatto da giovane, quando ha composto gli Epodi, caratterizzati appunto da un tono risentito e fortemente polemico.

In particolare, il primo libro ospita soprattutto satire di carattere narrativo (quelle dialogiche invece sono rappresentate maggiormente nel secondo): si tratta, naturalmente, del racconto di vicende reali o solo verosimili alle quali Orazio è stato presente. Esse danno al poeta lo spunto per enucleare un precetto etico, non di grande respiro, semmai legato alle minime esperienze della vita quotidiana. Tuttavia, dietro a questa morale di piccolo cabotaggio, c’è una filosofia ben più universale tra il giusto mezzo aristotelico e l’autarcheia di ascendenza stoica.

Non a caso, nella prima satira, Orazio si muove fin da subito nel solco del Peripato, in particolar modo quando afferma:

“c’è una misura per tutte le cose (modus in rebus), ci sono insomma confini precisi al di là dei quali non può esistere il giusto.” (Satire I 1, 105-106).

L’espressione modus in rebus diventerà, successivamente, proverbiale, a dimostrazione di quanto questo poeta, modesto negli intenti, abbia inciso profondamente nella vita culturale non solo del suo periodo storico. È sempre lui, nella seconda satira, a evidenziare, ancora una volta aristotelicamente, che solo chi manca di un’intelligenza adeguata può, per timore di incorrere in un vizio, finire a praticare il vizio opposto:

“Al contrario c’è chi, per timore d’esser chiamato prodigo, non darebbe a un amico nel bisogno nemmeno ciò che può difenderlo dal freddo o dai morsi della fame. E se chiedessi a quest’altro perché, come uno sciagurato, dilapidi per insaziabile golosità il patrimonio del padre e del nonno,
facendo debiti per comperare ogni sorta di leccorníe, ti risponderebbe che non vuol essere considerato, come uno spilorcio, d’animo gretto.” (Satire I 2, 4 ss.).

La verità, dice Orazio, in particolare nella terza e nella quarta satira, è che tutti quanti siamo lontani dalla virtù: nessuno è esente davvero dai piccoli difetti che caratterizzano gli esseri umani. Ciò comporta in fondo che è quasi un dovere essere disponibili all’indulgenza davanti a coloro che ci circondano, anche quando ci affliggono con le loro manie e le loro ossessioni.

E il tormento può assumere anche i toni di una vera e propria tortura, quando a metterci al tappeto è un terribile seccatore, come accade al poeta che, noncurante del mondo, passeggia per la Via Sacra ed è “attaccato” da un attaccabottoni tremendo:

“Me ne andavo a caso per la via Sacra, come è mia abitudine, pensando a non so che bazzecole, tutto immerso in quelle; mi corre incontro un tale a me noto solo di nome e, afferratami la mano, dice: “Come stai, carissimo?”. “Bene, almeno per ora” dico “e ti auguro tutto ciò che desideri”. Poiché continuava a seguirmi, lo precedo: “Vuoi forse qualcosa?” Ma egli: “Dovresti conoscermi, disse, sono un letterato”. A questo punto io dico: “Per questo sarai più apprezzabile per me”. Cercando disperatamente di  scrostarmelo di dosso, andavo ora più in fretta, talvolta mi fermavo, dicevo nell’orecchio non so cosa al mio servo, mentre il sudore mi scendeva giù fino ai talloni.” (Satire I 9, 1 ss.).

In realtà, il tipo che ha sorpreso per la strada il povero poeta ha un’intenzione seria: quella di entrare nel circolo di Mecenate, perché vuole fare carriera, diventare ricco e famoso, come pensa che sia Orazio. Si presenta così come un capace poeta, ma anche come un uomo dalle mille risorse, il quale potrebbe fare da spalla al Venosano in quelle guerre di potere che lui crede siano normali a casa di Mecenate. Orazio è inorridito, ma per via del carattere poco fermo lo subisce, finché non lo tira fuori dai guai un contendente del seccatore in una lite in tribunale.

Narrativa è anche la famosa quinta satira, che è stata chiamata iter Brundisinum, uno dei grandi capolavori di questo libro: qui Orazio racconta un viaggio tremendo da Roma a Brindisi (dove si deve firmare un accordo, mai siglato in realtà, tra Antonio e Ottaviano) con l’amico Mecenate e il diplomatico Cocceio Nerva. Ogni tappa è per i poveri malcapitati un calvario, tra ospiti poco divertenti e taverne che quasi quasi vanno a fuoco:

“Giungemmo quindi a Ruvo, stanchi morti per esserci sorbiti un tratto interminabile di strada, reso in piú difficile dalla pioggia. Il giorno appresso il tempo migliora, ma non la strada, almeno sino alle mura della pescosa Bari. Poi Egnazia, eretta contro il volere delle ninfe, ci offrí motivo di risa e di scherni, perché volevano qui farci credere che l’incenso sulla soglia del tempio si consumava senza fiamma. Può pensarlo il giudeo Apella, io no: gli dei, cosí ho sentito dire, passano il loro tempo indifferenti e, se qualche prodigio si verifica in natura, non è certo l’ira divina a precipitarcelo dall’alto dei cieli. Brindisi pone fine al lungo viaggio e fine alla mia satira.” (Satire I 5, 94 ss.).

La politica, che pure è il motivo di questo viaggio, è solo sullo sfondo: più importante l’amicizia con Mecenate, con il quale, com’è noto, Orazio intratteneva rapporti di vero affetto e quasi di complicità. Egli, del resto, era stato l’unico a credere davvero nel poeta, quando ancora quest’ultimo era solo un principiante e per di più di famiglia d’origine servile. Non a caso è Mecenate l’uomo al quale è rivolta la sesta satira, là dove il poeta lo ringrazia per essere riuscito a discernere tra chi è nobile per nascita e chi lo è invece per stile di vita:

“Ed io reputo gran cosa per me essere piaciuto a te [cioé a Mecenate], che sai distinguere l’uomo onesto da disonesto, non per la nobiltà della nascita, ma per la purezza dell’anima e della vita.” (Satire I 6, 62 ss.).

HUIXIAN LIN

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