Odi IV

Si definiscono Odi oraziane quei componimenti che nella cultura romana venivano indicati come carmina. Orazio, come già s’è detto supra, ne scrisse tre libri fra il 30 a.C. e il 23 a.C., mentre, intorno al 13 a.C., pubblicò un quarto volume che comprendeva gli scritti composti fra il 23 e l’anno di pubblicazione dell’ultimo testo. In questo libro, contenente 15 scritti, l’atmosfera è fondamentalmente diversa e i contenuti civili diventano dominanti. Orazio impiega un tono più elevato per cantare di Augusto, della restaurazione degli antichi costumi da lui promossa e delle sue vittorie in campo militare. Accanto a questi temi, si afferma nuovamente la riflessione sul potere della poesia, che dà gloria al suo autore e ai personaggi che canta.

L’ode di apertura è indirizzata al giovane Paolo Fabio Massimo: in essa il poeta, ormai anziano, chiede con malinconia a Venere di risparmiarlo dai suoi rinnovati assalti. Si tratta di un implicita dichiarazione della decisione di abbandonare la tematica erotica, che Orazio non sente più adatta alla sua ispirazione lirica. Questo intento è subito precisato e chiarito nella seconda e nella terza ode, dove il poeta afferma di non potersi arrischiare nel tentativo di eguagliare l’altezza di Pindaro e restringe la sua funzione di vates entro i confini della lirica eolica.

Il settimo componimento, composto durante l’ultima fase di attività di Orazio, approda alla desolazione. Qui viene affrontato il tema della fugacità del tempo e della vita: infatti, Orazio sottolinea l’inevitabilità della morte e la concezione materialistica degli uomini che, una volta terminata la loro “bella stagione”, non potranno essere riportati in vita da nessun merito e saranno ridotti a polvere ed ombra (“Tuttavia rapida la luna ripara i danni del cielo: noi quando cadiamo dove si trovano il padre Enea, Anco ed il ricco Tullio, siamo polvere ed ambra”, vv. 13-16).

Se, nella chiusa del libro III il poeta manifestava il proprio orgoglio, affermando di poter aspirare all’immortalità con l’edificazione del suo monumento letterario “più duraturo del bronzo”, ora nell’ottava ode del libro IV Orazio riprende il tema della poesia che rende immortali sostenendo in particolare:

“Che sarebbe il figlio di Ilia e di Marte, se invido il silenzio si opponesse ai meriti di Romolo? La virtù propria e il favore e la lingua dei poeti, che soli lo possono, consacra alle isole dei Beati Eaco, strappato alle onde stigie. A un uomo degno di fama, la Musa impedisce di morire; la Musa lo fa beato in cielo” (Odi IV 8, 22 ss.).

Nel nono carme l’autore approfondisce l’argomento della serenità dell’anima, invitando a riflettere sulla necessità di accontentarsi di ciò che si ha, evitando l’ambizione, l’avidità, l’invidia e vivendo intensamente la giovinezza e l’amicizia. Rivolgendosi a Lellio, il destinatario, infatti, scrive:

“Tu hai un animo esperto del mondo e saldo così nei momenti felici come negli incerti, nemico dell’ingorda frode e spregiatore del denaro che ogni cosa a sé trae e console non per un solo anno, ma tutte le volte che giudice buono a fronte alta i doni dei malvagi e per mezzo le schiere avversarie brandisce vittorioso le armi che sono sue. Non a ragione chiamerei felice chi molto possiede; più a ragione detiene il nome di felice colui che sa usare saggiamente dei doni degli dei e sopportare la dura povertà e teme la colpa peggio della morte, non pauroso, lui, di perire per i cari amici o per la patria” (Odi IV 9, 34 ss.).

L’ode undicesima e tredicesima sono due inni dedicati alle divinità: il primo a Filide e il secondo a Lice. Nel dodicesimo componimento, scritto per Virgilio, Orazio esorta a non lasciarsi sfuggire i piaceri della vita e a godere dei banchetti e del vino:

“Ma lascia da parte gli indugi e l’avarizia e, finché si può, memore delle negre fiamme del rogo, mesci alla saggezza una breve follia; dolce è a suo tempo impazzare” (Odi IV 12, 25 ss.).

All’argomento di carattere civile, oltre la quinta ode, il cui destinatario è Cesare Augusto, è dedicata la quattordicesima poesia, composta in occasione dell’arrivo di Ottaviano, tornato vincitore dalle guerre in Spagna:

“Che cercasse a costo della vita un alloro come Ercole, questo finora diceva il popolo e Cesare vincitore torna in patria dalla Spagna. Compiuti i sacrifici, a lui incontro vadano la sposa, che a quell’uomo senza pari è dedita, la sorella del condottiero e, con la benda sacrificale al capo, le madri delle vergini e di tutti i giovani tratti in salvo. E voi, ragazzi, voi, giovinette giunte alle nozze, non profferite parole che non siano d’augurio: questo giorno di festa scaccerà da me ogni fosco pensiero e non dovrò temere rivolte o morte violenta, fin quando Cesare governa sulla terra” (Odi IV 14, 1 ss.).

La raccolta si chiude con un componimento, sempre di forte rilevanza civile e ispirato ai motivi del Carmen saeculare, indirizzato ad Augusto: qui, accanto alla celebrazione del nuovo ordine che stava affermandosi a Roma, il poeta ribadisce l’incapacità della sua lira di elevarsi ai toni a alle tematiche dell’epica.

MARTINA INTELISANO

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