Odi III

All’interno della produzione lirica Orazio inserisce i carmina o comunemente detti Odi. Il terzo libro, assieme ai primi due, viene pubblicato verso il 23 a. C. Esso raccoglie trenta componimenti.

Con la creazione di questa raccolta, Orazio sembra acquistare maggiore consapevolezza del valore artistico dei propri versi e della propria ispirazione. Ad esempio, egli mostra un più forte interesse per le tematiche civili e la sua poesia tende ad innalzarsi verso un registro più alto. Inoltre, si sente investito dalla funzione di poeta vates (cioè che è ispirato e guidato dalla divinità e che assume il ruolo di guida nella sua comunità), perché non solo introduce a Roma la poesia eolica, ma anche si prende l’incarico di celebrarne la grandezza. Questo cambiamento è osservabile principalmente all’inizio del libro, nell’Ode III,1, in cui l’autore si dice sacerdote delle Muse. L’invocazione a queste divinità è una struttura tipica delle odi: gli dei, infatti, vengono invocati non solo per motivi legati alla vita dei cittadini, ma anche affinché siano di aiuto al poeta ad introdurre un poema. Nel libro questa preghiera alle Muse, oltre a celebrare Roma, serve ad esaltarne il nuovo regime di Augusto e le sue parole d’ordine: la condanna della tirannia, l’esaltazione della libertà, il rifiuto delle ricchezze eccessive, l’amore per la vita rude dei campi e la condanna del lusso.

Ai vv. 25-26 l’autore si riferisce a chi non rischia la vita in mare come il mercante, perché si limita al satis che corrisponde al ben noto (e aristotelico) “giusto mezzo”. Per Orazio, quindi, conta restare in terra ed accontentarsi di quel che si ha: quod satis est. Così recitano i suoi versi: Desiderantem quod satis est neque tumultuosum sollicitat mare, ossia “Se uno desidera quel che gli basta, non lo turba né il mare in tempesta, né il fiero impeto”.

Le riflessioni sulla necessità di accontentarsi di quel che si ha, di evitare l’avidità e l’ambizione sono tematiche ricorrenti spesso in questo terzo libro, ad esempio nell’Ode III16 ai vv.17 ss. L’autore, in una prima parte, scrive:

“Al denaro che cresce, vengono dietro gli affanni e l’avidità di maggiori ricchezze… quanto più uno negherà beni a se stesso, tanto più ne otterrà dagli dei… a coloro che molto chiedono, molto manca”;

nel passo il poeta insiste nell’avvertire l’uomo di cessare questa sua follia di voler sempre di più, perché più richiede e maggiore saranno i problemi causati da questa sua avidità. Agli effetti da cupidigia, però, Orazio contrappone, nella seconda parte, coloro che stanno in una posizione di equilibrio: accettano i doni degli dei, perché sanno che tali beni sono sufficienti per la loro felicità:

“Felice è colui al quale un dio concesse con parca mano quello che basta”.

Nell’Ode III 2, l’autore parla anche della virtù che premia l’uomo più valoroso evitandogli la morte, ma non premia, invece, la gente comune; ai vv.21 ss. il poeta dice: Virtus, recludens imperiti mori cælum, negata temptat inter via, coetusque vulgaris et udam, spernit humus fugiente penna (“La virtù, schiudendo il cielo a coloro che hanno meritato di non morire, fa suo cammino per via ad altrui negata, e spregia la compagnia del volgo e la bassa terra, via in fuga con le ali”).

Oltre che di tematiche civili il terzo libro tratta anche dell’amore, ma il tono con cui Orazio ne parla è molto più distaccato rispetto a quello che sarà degli elegiaci successivi. L’amore, per il Venosano, ha una sola stagione, ossia quella della giovinezza, ma ne scrive con rimpianto, malinconia e tristezza. Come può assistere alla passione furiosa di due amanti, così può avere uno scontro con una fanciulla, come nell’Ode III10, dove l’autore avverte un’amante scontrosa di non avere la pazienza per sopportare i suoi rifiuti e gli oggetti che lascia sparsi.

È forse proprio la stesura di questo libro che ispirò il poeta a scriverne uno successivo: infatti, la sua parte finale (con le Odi III 29 e 30) mostra ai lettori il forte orgoglio di Orazio che si sente tra l’altro di poter aspirare all’immortalità. L’Ode III 29, posta strategicamente subito prima del congedo finale con il carme 30, rappresenta la summa del poeta. In essa troviamo diversi motivi, tutti significativi: l’invito all’amico, l’ambiente del simposio, la descrizione della chiassosa Roma contrapposta alla serenità agreste, il panorama astronomico, il tema delle preoccupazioni politiche, l’esortazione a non affannarsi e a pensare al presente, l’immagine finale della vita come navigazione.

Il nucleo nevralgico della “filosofia oraziana” si innesta proprio dal v.29, momento in cui lo scrittore pare volere unire a suo piacere la filosofia stoica ed epicurea, facendo passare l’immagine di un Dio “provvidenziale” e sorridente che però ci nasconde il futuro:

“Provvido un Dio serra in una notte caliginosa l’esito del tempo, e ride, se un mortale si angustia oltre il lecito”; dopo aver chiesto di mantenere l’equilibrio nel presente, ecco l’immagine finale di una barca che percorre il calmo fiume fino ad arrivare alla violenta corrente del mare che travolge tutto: “Ricordati di sistemare il presente; il resto viene trascinato a guisa di fiume, che ora fluisce in pace, in mezzo al suo letto, verso il mare etrusco ora travolge insieme i sassi corrosi e i tronchi sbarbicati, e il bestiame e le case”.

Il libro si conclude con l’Ode III 30, che afferma che l’opera in futuro sarà monumentum aere perennius, a significare la creazione di un capolavoro che supererà le barriere del tempo.

FABRIZIO CASELLA

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