Odi I e II

Con Odi si intendono i quattro libri di componimenti poetici che Orazio scrisse in due momenti diversi e che nel mondo romano venivano chiamati Carmina; i primi tre libri raccolgono le Odi scritte a partite dal 30 a.C. e pubblicate nel 23 a.C. Le Odi rappresentano la progressiva maturazione artistica del poeta; egli si ispira ai lirici greci ed in particolare a Saffo ed Alceo ( VI- VII sec. a.C.). Altri poeti greci vengono presi come modello da Orazio, quali Anacreonte e Pindaro.

Il secondo libro è particolarmente affascinante; vengono qui accentuati i temi ed i toni stoici, sebbene siano mantenute svariate caratteristiche comuni alle odi degli altri libri: l’eleganza e la perfezione formale le rendono piacevoli e comprensibili. Il poeta, in genere, racchiude i sui versi in quadri brevi ed essenziali, mentre ogni dettaglio è ritenuto superfluo. Le tematiche principali sono l’amore, lo scorrere del tempo, la morte.

Orazio, in particolare, invita il lettore a godere delle gioie dell’amore durante la giovinezza; il suo punto di vista appare, però, più distaccato, quasi nostalgico. Il poeta non si lascia prendere dalla passione, vede l’amore semplicemente come un gioco piacevole e non come un sentimento totalizzante e sconvolgente: egli è, tuttavia, ancora ispirato all’amore, come afferma nell’Ode II 12,13 ss. rivolgendosi a Mecenate e riferendosi a Licinnia, la donna amata:

“Volle la Musa che la musica io intonassi della signora mia Licinnia, la luce intensa dei suoi occhi, il suo fedelissimo cuore nel ricambiare amore; naturale è per lei muoversi nelle danze, giostrare negli scherzi e celiando aprire le braccia alle fanciulle in fiore nel giorno sacro alle feste di Diana.”

Il poeta indica, sempre con un tono sereno e distaccato, le vie per sfuggire all’affanno delle ambizioni e alla paura della morte: è necessario, secondo Orazio, rimanere padroni di se stessi e dei propri desideri per poter gioire nel modo più completo dei bei momenti della vita. L’uomo deve sempre mantenere, come il poeta, un atteggiamento di costanza e di equilibrio che permette di neutralizzare eventuali mutamenti del destino.

Nell’Ode II 10,1 ss. (“Se al largo tu non insisti a sfidare il mare e, nel timore di burrasche, per prudenza non rasenti il litorale e le sue insidie, meglio vivrai, Licinio. C’è una misura d’oro: chi la predilige evita cauto lo squallore di un tugurio in pezzi, e sobrio lo splendore di una reggia che suscita l’invidia”) il poeta esprime il suo pensiero sulla ricchezza e sulla povertà usando una locuzione, aurea mediocritas, letteralmente “un’aurea mediocrità” cioè una condizione di mezzo che è aspirazione ed ideale morale. Questa “misura d’oro” è quella prediletta dal poeta, poiché tiene al riparo dalle strettezze della povertà e dai rischi che corre chi arriva troppo in alto, esponendosi in questo modo all’invidia altrui ed ai rovesci della sorte.

Un’altra esortazione oraziana presente nel secondo libro delle Odi consiste nel non attaccarsi al desiderio di un domani felice e a tutto ciò di cui non si potrà mai avere garanzia e certezza: nell’Ode II 16, 25 ss. Il poeta invita a cogliere l’attimo, l’oggi (carpe diem):

“Un cuore che gode del presente, non deve preoccuparsi del domani, ma le amarezze tempera con un sorriso: felicità perfetta non esiste”;

secondo il Venosano, infatti, bisogna approfittare subito delle occasioni che offre la vita, specialmente dei piaceri della giovinezza e dell’amore, quando la vecchiaia è ancora lontana, anche perché chi pensa al presente non è turbato dal futuro.

Il poeta osserva l’inesorabile scorrere del tempo, di fronte al quale l’affannarsi degli uomini perde significato; nell’Ode II 3,1 ss. invita i suoi lettori ad essere sereni anche nel dolore, perché, sia che uno viva tranquillo, sia che uno viva perennemente turbato, la morte lo coglierà ugualmente (questo pensiero verrà ribadito in seguito anche dal filosofo di età neroniana Seneca):

“Conserva la mente serena nel dolore e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna: ricordati, Dellio, verrà la morte: che tu viva sempre nella tristezza o che ogni giorno festivo, sdraiato in un campo solitario, goda del vino piú vecchio.”

La serenità è una delle caratteristiche di Orazio, uno stato al quale invita gli uomini ad arrivare; il contesto adatto per raggiungerla non è certamente la città: Orazio elogia la campagna come sede ideale di pace e tranquillità:

“Con me, Settimio, a Càdice verresti, tra i Càntabri ribelli al nostro giogo, alle Sirti straniere dove il mare sempre ribolle; ma io rifugiarmi a Tivoli vorrei, questa città di greci, e consumarvi in vecchiaia la stanchezza della vita, dell’ignoto, della guerra.” (Ode II 6,1 ss.).

Essa è il luogo da cui sono assenti sia la ricchezza che l’angoscia, dove un uomo può vivere sereno, dove regnano la bellezza e la quiete della natura (negate alla vita caotica della città).

IRENE MOTTOLA

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