Od. III 23 La risparmiatrice

Caelo supinas si tuleris manus

nascente luna, rustica Phydile,

si ture placaris et horna

fruge Lares avidaque porca

5 nec pestilentem sentiet Africum
fecunda vitis nec sterilem seges
robiginem aut dulces alumni
pomifero grave tempus anno.

Nam quae nivali pascitur Algido
10 devota quercus inter et ilices

aut crescit Albanis in herbis,
victima, pontificum securis

cervice tinguet; te nihil attinet
temptare multa caede bidentium
15 parvos coronantem marino
rore deos fragilique myrto.

Inmunis aram si tetigit manus,
non sumptuosa blandior hostia
mollivit aversos Penatis
20 farre pio et saliente mica.

 

 

 

 

 

Se avrai alzato le mani supine al cielo

quando la luna è nascente, o rustica Fidile,

se avrai placato i Lari con l’incenso e col raccolto

nuovo e con una scrofa affamata,

né la vite feconda soffrirà per lo scirocco

pestilenziale né le messi per la ruggine

che rende sterili o i delicati capretti

soffriranno il cattivo tempo nella stagione autunnale.

Infatti quella vittima che pascola sull’Algido nevoso

designata fra le querce e i lecci

o cresce nelle erbe di Alba,

tingerà la scure dei pontefici

con il sangue del collo; non è cosa da te

mettere alla prova con una grande strage di pecore

i piccoli dei, tu che li incoroni con rosmarino

e delicato mirto.

Se ha toccato una mano innocente l’altare,

nessuna sontuosa offerta piega

i Penati ostili più dolcemente

del buon grano e del sale saltellante.

 

 

 

 

 

Note. 1. Caelo: dativo per ad caelum. si tuleris: periodo ipotetico della realtà, la cui protasi è introdotta da si con il verbo all’indicativo futuro anteriore 2° persona singolare (da fero, fers, tuli, latum, ferre). supinas manus: le mani sono supine poiché è il tipico gesto degli offerenti. 2. nascente luna: ablativo assoluto. Alle calende di ogni mese, secondo il calendario lunare, c’era l’uso di sacrificare ai Lari. rustica Phidyle: vocativo. 3. si ture placaris: protasi di un periodo ipotetico della realtà, introdotta da si con il verbo all’indicativo futuro anteriore 2° persona singolare (da placo, placas, placavi, placatum, placare). horna: forma arcaica derivata da hora. 3-4. ture… et…/ fruge… porca: ablativi di mezzo. 5. sentiet: indicativo futuro semplice 3° persona singolare (da sentio, sentis, sensi, sensum, sentire). Africum: è lo Scirocco, vento che soffia da sud portando malattie, si veda Odi II 14, 15, 16. 7. robiginem: la ruggine o carbonchio dei cereali. È una malattia prodotta da un fungo parassita che crea una massa nera simile a carbone, la quale impedisce la formazione del frutto. Per combatterla si celebravano i Robigalia, processioni in onore della divinità detta “Ruggine” per invocare i suoi aiuti di modo che tenesse lontano dalle messi questo male. alumni: dalla radice di alere “nutrire”, sono i piccoli del gregge. 8. anno: ablativo di tempo determinato. 9. Algido: ablativo di stato in luogo senza in. È il più alto monte degli Albani, vicino a Tuscolo. I pascoli di questi monti appartenevano ai pontefici. 10. quercus inter et ilices: complemento di luogo costruito con inter + accusativo. devota: participio perfetto (da devoveo, devoves, devovi, devotum, devovere). 11. crescit: indicativo presente 3° persona singolare (da cresco, crescis, crevi, cretum, crescere). in herbis: complemento di stato in luogo (in + ablativo). 12. securis: sta per secures (desinenza arcaica di accusativo). 13. cervice: ablativo di mezzo. Cervix è propriamente il collo, qui sta ad indicare il sangue che ne sgorga. tinguet: indicativo futuro semplice 3° persona singolare (da tinguo, tinguis, tinxi, tinctum, tinguere). 14. caede: ablativo di mezzo. bidentium: bidens è la zappa e al femminile è la femmina adulta di un animale (specialmente la pecora), che ha due fila di denti o che ne possiede due più sviluppati degli altri. 15. coronantem: accusativo del participio presente (da corono, coronas, coronavi, coronatum, coronare). 15-16. marino/ rore: ablativo di mezzo. Marinus ros diventa, in italiano, “rosmarino”. 16. deos: è un accusativo dipendente da temptare e coronantem. Sono i Lari, divinità romane protettrici dei defunti e della famiglia. Sono rappresentati da piccole statue di legno o argilla custodite nel tabenacolo detto Lararium, dove venivano messe le offerte nei giorni festivi. myrtho: è una pianta fragile dell’area mediterranea; si spezza senza fatica; era anche sacra a Venere. 17. immunis: da munus (“dono”). Porfirione, commentatore antico di Orazio (III secolo d.C.), meno bene ritiene che l’aggettivo significhi in questo contesto “senza colpa”. si tetigit manus: periodo ipotetico della realtà introdotta da si con il verbo all’indicativo perfetto 3° persona singolare (da tango, tangis, tetigi, tactum, tangere). 18. blandior: comparativo di blanda, detto della manus (v. 16). hostia: ablativo strumentale. Alcuni commentatori interpretano la parola come nominativo, ma devono pensare che sumptuosa (l’aggettivo che è concordato con hostia) abbia l’ultima sillaba lunga per esigenze metriche. 19. mollivit: indicativo perfetto di valore gnomico 3° persona singolare (da mollio, mollis, mollivi, mollitum, mollire). Penatis: è un arcaismo per Penates. Sono gli dei della casa, il cui culto rientrava in quello dei Lari. 20. farre… et… mica: ablativo di mezzo. saliente: participio presente (da salio, salis, salui, saltum, salire). mica: con la farina di farro tostata con grani di sale si otteneva la mola salsa, una torta che veniva offerta sull’altare. Il farro è detto “pio” a causa del suo uso. I granelli di sale scoppiettavano una volta gettati sul fuoco.

 

 

 

 

Commento. L’ode parla di Fidile, una fanciulla il cui nome significa “la risparmiatrice”, la quale otterrà dagli dei la protezione per il suo bestiame e i suoi campi grazie ai sacrifici che ogni mese fa ai Lari, divinità romane protettrici dei defunti le quali, secondo la tradizione, vegliavano sul buon andamento della famiglia, delle proprietà e delle attività produttive in generale. Il suo gesto di offerta è sottolineato da un’anastrofe (caelo supinas si, v.1), che indica la posizione tipica delle mani degli offerenti, da due parallelismi e un’allitterazione (supinas… manus/ nascente luna, rustica Phidyle, vv. 1-2, horna/ fruge… avidaque porca, vv. 3-4). Inoltre, avida Algiè anche una personificazione che qualifica in modo negativo la scrofa vittima sacrificale, in qualche modo, a differenza che altrove (si veda l’agnello di III 13), giustificandone l’uccisione.

Orazio continua la poesia facendo una lista di disgrazie che non colpiranno il raccolto della ragazza se riuscirà a placare gli animi delle divinità (vv. 5-8). L’elenco è movimentato da un parallelismo e un’antitesi (pestilentem… Africum/ fecunda vitis, vv. 5-6), da una nuova personificazione (sentiet, v. 5), da diversi giochi di allitterazione (tra cui i nessi sterilem seges, v. 6, e dulces alumni, v. 7) e infine da un chiasmo (pomifero grave tempus anno, v. 8). Il poeta sostiene che sia giusto lasciare i sacrifici costosi ai pontefici, proprietari dei pascoli dei monti Albani, la cui vetta più alta è Algido, in quanto di fronte a gente più umile gli dei si sarebbero accontentati di rosmarino e di mirto, probabilmente citati per sottolineare la semplicità di queste offerte. In questo passo sono presenti molte allitterazioni, tra cui quella del suono /l/ (nivali… Algido, v. 9, e Algido/ Albanis, vv. 9-11), del suono /t/ (devota… victima, vv. 10 e 12, e tinguet: te… attinet temptare, v. 12) e del suono /r/ (temptare…/ parvos coronantem marino, vv. 15-16), dove sono presenti anche un’endiade e un parallelismo (marino/ rore… fragilique myrtho, vv. 15-16).

Tra le offerte che venivano fatte si ricordano anche il farro e il sale, che una volta tostato con il primo e gettato nel fuoco scoppietta. Essi sono menzionati nell’ultima strofa, dove sono presenti un gioco fonico (immunis… manus, v. 17), un parallelismo (immunis manus/ sumptuosa hostia, vv. 17-18), un chiasmo e un’endiade (farre pio et saliente mica, v. 20). Questo poema nasce dai sentimenti che Orazio percepisce nella donna, i quali sono familiari al poeta: la simpatia per gli ambienti di campagna, il gusto delle piccole cose ed il senso della misura e del limite animano questi brevi, ma intensi versi, la cui semplicità è, come si è visto, solo apparente.

MARTINA PERNICE

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