Od. I 5 La tempesta – Pirra è passata

Quis multa gracilis te puer in rosa

perfusus liquidis urget odoribus

grato, Pyrrha, sub antro?

cui flavam religas comam

5 simplex munditiis? heu quotiens fidem

mutatosque deos flebit et aspera

nigris aequora ventis

emirabitur insolens,

qui nunc te fruitur credulus aurea,

10 qui semper vacuam, semper amabilem

sperat, nescius aurae

fallacis. Miseri, quibus

intemptata nites: me tabula sacer

votiva paries indicat uvida

15 suspendisse potenti

vestimenta maris deo.

 

 

Chi è il ragazzo snello che tra petali di rosa,

cosparso di profumi raffinati, ti vuol prendere

Pirra,nella grotta accogliente?

Per chi leghi all’indietro la chioma bionda

con semplice eleganza? Oh quante volte piangerà

la promessa e la mutata volontà divina, ed inesperto

guarderà stupito il mare

gonfio per i venti neri,

lui che ora gode illuso il tuo splendore,

lui che ti spera disponibile sempre e dolce sempre,

e non conosce l’incertezza

del vento. Sono infelici quelli per i quali

sei splendida e intoccabile: io, lo testimonia il voto

appeso alla parete sacra del tempio, ho offerto

ormai le vesti del naufragio

al potente dio del mare.

 

 

Note. 1. quis: pronome interrogativo. in rosa: stato in luogo; si tratta di un singolare collettivo. 2. perfusus: participio perfetto di perfundo, perdundis, perfudi, perfusum, perfundere. odoribus: ablativo di causa efficiente. 3. Pyrrha: vocativo. Il nome indica il colore rosso dei capelli della donna. 4. cui: dativo di vantaggio del pronome interrogativo. religas: propriamente, “tu annodi dietro la nuca”. 5. munditiis: ablativo di causa. Heu: esclamazione. 6. mutatos: participio perfetto di muto, mutas, mutavi, mutatum, mutare. Si riferisce sia a fidem sia a deos. flebit: indicativo futuro semplice di fleo, fles, flevi, fletum, flere. 7. ventis: ablativo di causa. 8. emirabitur: indicativo futuro semplice dal verbo deponente emiror, emiraris, emiratus sum, emirari. insolens: participio perfetto di soleo, soles, solitus sum, solere. Composto con il preverbio in, significa: “non avvezzo”, “non abituato”. 9. te: ablativo strumentale retto da fruitur. aurea: ablativo. Allude ancora al colore dei capelli di Pirra, così come alla sua bellezza stravolgente. 10. vacuam: predicativo dell’oggetto sottinteso te. Significa: “libera da (altri) amanti”. 12. quibus: dativo di vantaggio. 13. intemptata: participio perfetto da tempto, temptas , temptavi, temptatum, temptare, preceduto dal preverbio in. tabula: si tratta di un “ex voto” che si consacrava al dio, in questo caso Nettuno, per la grazia ricevuta. In genere è un oggetto personale o una rappresentazione (in questo caso in legno) dell’episodio in cui si è stati coinvolti e dal quale si è usciti illesi. tabula è ablativo di mezzo. 15. suspendisse: infinito perfetto da suspendo, suspendis, suspendi, suspensum, suspendere. Regge un’infinitiva che ha come soggetto me. 16. maris deo: Nettuno .

 

 

Commento. Prima lirica d’amore di tutte le Odi, questa poesia è dedicata ad una donna perfida e crudele, Pirra, che Orazio conosce per aver sperimentato i suoi spergiuri e i suoi tradimenti. Ora lei è legata sentimentalmente ad un ragazzino, del tutto inesperto delle faccende di cuore e tragicamente innamorato di lei, che però lo sta usando, solo per il proprio piacere, e al più presto lo sostituirà col prossimo amante. Il tema della donna fatale e dell’illusione d’amore che lei è capace di suscitare in un uomo poco navigato è con originalità legato a quello dell’atarassia del poeta, che finalmente ho conquistato la serenità e di essa rende grazie a Nettuno.

La struttura generale della poesia è, per così dire, chiastica: la prima e l’ultima strofa, infatti, concernono la presenza rispettivamente di Pirra e del poeta, ciascuno nella propria isolata solitudine, mentre la seconda e la terza sono riservate alle considerazioni di Orazio sull’amore e sulla sua crudeltà. Il quadro iniziale, in particolare, con il poeta che contempla distaccato (almeno così sembra) Pirra e l’amante abbracciati, ricorda la situazione del fr. 31 L.-P. di Saffo, il cosiddetto carme della gelosia, e il rifacimento che di questa lirica fece a sua volta Catullo nel carme LI. Anche in questi casi, i due poeti hanno di fronte una scena (presumibilmente) d’amore: Saffo, con ogni probabilità, si trova davanti l’alunna della quale è innamorata e che ride gentilmente rivolta all’uomo che forse è il suo futuro sposo e che quindi la porterà via dal tiaso; Catullo, invece, assiste ad un dialogo intimo tra Lesbia, la sua amata, e presumibilmente il marito, cui lei beatamente sorride. In entrambi i casi, la presenza delle donne e il fatto che esse si prestino ad un confronto verbale ravvicinato rendono, nell’immaginazione dei due spettatori, i loro rispettivi interlocutori “simili ad un dio”. In questa lirica, invece, il fanciullo è solo compatito, mentre divino è in qualche modo il comportamento del poeta, come risulterà nell’ultima strofa.

La prima strofa, che non è indipendente sintatticamente, dato che si conclude al v. 5 con il punto interrogativo, è costruita su due domande rivolte da Orazio a Pirra, il cui nome appare solo al v. 3, incastonato tra due termini che indicano una grotta (grato… sub antro), quasi una specie di cornice nella quale lei appare in tutto il suo vacuo splendore. Le interrogative, introdotte da quis (v. 1) e cui (v. 4), in polittoto, sono assolutamente retoriche: Orazio chiede infatti all’antica amante chi sia il giovanotto che ora sembra farle palpitare il cuore (non a caso è definito puer, v. 1). In realtà, il nome interessa poco al poeta, che lo definisce con una certa crudeltà, forse venata da qualche rimpianto: egli è gracilis (v. 1; da questa nota ambigua inizia un gioco allitterante sul suono /r/ e che continua perlomeno fino alla fine della strofa), circondato da una nuvola di rose (multa… in rosa , v. 1, espressione nella quale il singolare vale retoricamente come plurale) e di profumi sdolcinati ( perfusus liquidis… odoribus, v. 2, là dove l’aggettivo liquidis sembra poter alludere sia alla patina dell’unguento che ricopre i capelli, sia alla purezza del profumo scelto tra quelli più delicati). Egli, così, viene rappresentato come un fanciullo delicato e imberbe, mentre, per antitesi, il poeta è connotato dai caratteri della mascolinità. Nella relazione, per così dire contronatura, tra il malcapitato ragazzo e Pirra, è quest’ultima a guidare i giochi, ad essere l’uomo, dato che lui è alle prime armi e forse anche effeminato. La seconda domanda, invece, punta sulla bellezza raffinata della donna, in particolare sul dettaglio che del suo volto appare più significativo: non gli occhi o la bocca, ma i capelli rossi (flavam… comam, v. 4; in quest’espressione aggettivo e sostantivo sono nello stesso ordine parallelo nesso nel v. 3) legati in modo solo apparentemente semplice. Nell’espressione ossimorica simplex munditiis (v. 5), con la quale la descrizione iniziale viene completata, c’è tutta la contraddizione insita in questo personaggio, studiato e ricercato anche nel suo apparente candore: Pirra non è una donna naturale, ma elegante e affettata, si mette in posa, quasi stesse adescando, novella Sirena, il fanciullo che nei gesti dell’amore diventa quasi ridicolo, visto che in realtà sta solo finendo nella sua rete di tradimenti e illusioni.

Nella seconda e nella terza strofa, inizia la metafora marina che chiuderà il carme: il fanciullo innamorato della donna è descritto come se fosse in balia di un mare in tempesta (aspera/ nigris aequora ventis, vv. 6-7, con i due elementi in parallelismo), perché assolutamente inesperto di navigazione e di mutamenti del vento (nescius aurae/ fallacis, vv. 11-12, dove nescius è in variatio rispetto a insolens, v. 8 , e a credulus, v. 9, e poi legato a intemptata, v. 13, riferito però a Pirra, la cui circostanza non è ancora stata sperimentata da molti miseri, v. 12 ).La mutevolezza del carattere della donna è sottolineata fin da subito quando nel nesso fidem/ mutatosque deos , vv. 5-6 , il participio perfetto si riferisce sia agli dei sia alla lealtà alla parola data di Rina stessa; il tema contrasta con l’anafora di semper (v. 10), avverbio che è legato alla speranza del ragazzino di poter amare da solo una donna che ha molti spasimanti ( in questo senso, vacuam , letteralmente “vuota” e qui “libera da amanti”, è sia in variatio rispetto al successivo amabilem, sia nel suo significato di ” fatua” e “volubile”. La costruzione della quarta strofa denota un semplice intreccio ( esso coinvolge soprattutto aggettivi e nomi, creando un gioco di chiasmi e parallelismi: tabula sacer/ votiva paries…. . uvida/ …potenti/ vestimenta… deo, vv. 13-16): l’ultimo periodo comincia col riportare l’attenzione sul poeta (me, v. 13), che però è soggetto dell’infinitiva retta da indicat (v. 14) ed è in forte antitesi con i miseri (v. 12), che ancora cedono a Pirra. Orazio, dal vento, ha già conosciuto sulla sua pelle a cosa va incontro una storia d’amore con questa inquietante bellezza, tanto aurea (v. 4) quanto pericolosa.

IRENE MOTTOLA

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