Od. I 23 O Cloe

Vitas inuleo me similis, Chloe,

quaerenti pavidam montibus aviis

matrem non sine vano

aurarum et silua metu.

5 Nam seu mobilibus veris inhorruit

adventus folliis, seu virides rubum

dimovere lacertae,

et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera

10 Gaetulusve leo, frangere persequor:

tandem desine matrem

tempestiva sequi viro.

 

 

 

 

 

Tu mi sfuggi, Cloe, come cerbiatta

che la pavida madre su monti impervii

cerca con vano terrore

dei venti e del bosco.

Infatti, sia che l’arrivo della primavera faccia rabbrividire

tra le mobili foglie, sia che le verdi

lucertole smuovano un arbusto,

cuore e ginocchia le tremano.

Ma non per ucciderti io t’inseguo,

come aspra tigre o leone africano:

smettila di seguire finalmente la madre

matura per unirti a un uomo.

 

 

 

 

 

Note.1. vitas: da vito, vitas, vitavi, vitatum, vitare. hinnuleo: dativo retto da similis. Chloe: vocativo singolare di forma greca. L’autore si riferisce ad una fanciulla, chiamata, appunto, Cloe, il cui nome significa letteralmente “erba verde”. In questa ode viene paragonata ad una cerbiatta. 2. quaerenti: dativo del participio presente (quaero, quaesivi, quaesivi, quaesitum, quaerere). montibus: ablativo di luogo senza in. 3. non sine: “non senza”, cioè “con”, per litote. 4. siluae: genitivo. Metricamente, come raramente accade, il suono /v/ è contato come vocalico. 5. inhorruit : indicativo perfetto (inhorresco, inhorrescis, inhorrui, inhorrescere). seu: congiunzione correlativa con l’indicativo in latino e il congiuntivo in italiano. 6. foliis: ablativo di stato in luogo senza in. 7. dimovere: indicativo perfetto di dimoveo, dimoves, dimovi, dimotum, dimovere, con terminazione arcaica (-ere al posto di –erunt). 8. corde: ablativo di limitazione; si tratta di una metonimia per indicare l’animo. genibus: ablativo di limitazione; sineddoche per significare l’intero corpo. tremit: indicativo presente (tremo, tremis, tremui, tremere). 9. ego: pronome personale di prima persona singolare. tigris ut: anastrofe per ut tigris. frangere: infinito presente da frango, frangis, fregi, fractum, frangere. Frangere è un termine allusivo del lessico erotico per indicare lo sverginamento. Gaetulusve: con –ve, particella enclitica, equivalente ad aut. La Getulia è una terra africana famosa per essere popolata da leoni. 11. desine: imperativo presente (desino, desinis, desinui, desitum, desinere). 12. sequi: infinito presente del verbo deponente sequor, sequeris, secutus sum, sequi. viro: ablativo di fine. Vir è in questo caso il “marito”.

 

 

 

 

Commento. Il tema dell’ode dedicata ad una giovane fanciulla, chiamata Cloe, il cui nome significa “erba verde” (un modo per sottolineare l’età ancora immatura, appunto l’età “verde” dell’adolescenza) è l’amore. La ragazza oggetto della gentile passione del poeta è timida come una cerbiatta, alla quale viene paragonata al v. 1 con l’espressione hinnuleo… similis: essa, colta dalla paura, è alla ricerca della madre e per lei affronta le difficoltà del vento e della foresta. Il paesaggio che viene raffigurato intorno a lei è delicato e gentile: il vento è portato dall’arrivo della primavera e, come il muoversi degli agili ramarri, agita le foglie. Il poeta rende il loro fruscio attraverso il ricorso massiccio alle consonanti liquide e sibilanti (foliis seu virides rubum,v. 6). Così come le foglie “tremano”, anche la fanciulla trema (ma di terrore) nel corpo e nell’anima, come è espresso al v. 8 attraverso la metonimia corde e la sineddoche genibus.

Questa sua paura è dovuta anche all’inseguimento di un leone, fuor  di metafora il poeta stesso, che nell’immaginazione di Cloe terminerà il suo inseguimento con lo sbranare la preda; l’atto del dilaniare viene reso efficacemente ai vv. 9-10 con l’allitterazione del suono /r/, ma è immediatamente negato da Orazio, che cerca di far comprendere a Cloe che nelle sue intenzioni non c’è niente di violento o sbagliato.

I protagonisti sono, dunque, delineati con analogie animali: Orazio è pensato dall’amata fanciulla come una tigre o un leone, ma lui non si sente nessuno dei due; lei, a sua volta, è paragonata dal poeta a una cerbiatta. Il motivo del cerbiatto è un topos tipico della poesia erotica e risale alle preziose poesie di Anacreonte di Teo (570-485 a.C. circa), del quale il poeta imita anche l’equilibrio formale, come espresso ad esempio nel frammento 39 D, che della poesia oraziana è il più diretto modello: “Dolcemente come una cerbiatta nata da poco, ancora lattante, che nel bosco rimasta sola, lontano dalla madre cornuta, è colta da paura”.

Orazio è, infatti, moderato nell’uso del linguaggio poetico e degli aggettivi, che appaiono, ma sono semplici: la tigre è detta feroce (tigris aspera); le lucertole verdi (virides lacertae, e il nesso è appena reso più vivace dall’allitterazione del suono /r/); inoltre, il labor limae è evidente nella ricerca fonosimbolica, in particolare quando il poeta vuole riprodurre il suono del vento e quello delle ossa che si spezzano (rispettivamente ai vv. 6-7 e al v. 10).

In effetti, l’ode sembra richiamare il gusto dell’epigramma, sia perché è breve, sia per la battuta finale, la pointe la cui ironia sovverte le descrizioni.

FABRIZIO CASELLA

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