Mecenate: l’Augusto della cultura

Dopo l’ascesa all’alloro imperiale da parte di Ottaviano, uno dei suoi più fervidi sostenitori, Gaio Mecenate, si rese punto focale della cultura del suo tempo, forte del sostegno dell’imperatore del quale era intimo amico e confidente.

Quest’uomo, di famiglia antichissima, appartente alla nobiltà etrusca, riuscì durante il regno di Ottaviano a circondarsi dei più grandi sapienti del suo tempo, come Orazio e Virgilio. Rispetto a loro, dunque, il suo genus lo distingueva, ma, d’altra parte, testimone proprio Orazio, lui non giudicava mai sulla base delle generalità, ma di un altro tipo di “nobiltà”, quella d’animo:

“nessuno, fra tutti i Lidi che vennero in Etruria, è piú nobile di te, Mecenate, anche se gli avi tuoi, materni o paterni che fossero, ebbero un tempo il comando di grandi eserciti, non per questo tu, come fanno quasi tutti, arricci il naso di fronte agli sconosciuti” (Satira I 6, 1ss.).

Ne fa fede anche il racconto, sempre venuto fuori dalla penna del Venosano, del loro primo incontro: Orazio gli fu presentato da Virgilio e da Vario, ma non riuscì a parlare in modo coerente, preso dalla preoccupazione. Mecenate, però, che era in grado di andare oltre la prima impressione, lo fece tornare dopo qualche mese, per prenderlo con sé:

“un giorno il mio buon Virgilio e poi Vario ti dissero ch’io fossi. Ma in tua presenza, balbettando a stento qualche parola (un pudore infantile m’impediva d’esprimere lunghi discorsi), io non mi vanto d’essere nato da padre illustre, né di vagare per le mie campagne su cavalli di Taranto: ti dico semplicemente chi sono. Come è tuo costume, mi rispondi poche parole; io me ne vado; e solo dopo nove mesi mi richiami, invitandomi a far parte dei tuoi amici. Lo reputo un onore esser piaciuto a te, che sai distinguere l’onesto dall’indegno, non per nobiltà di natali, ma per purezza di vita e di cuore” (Satira I 6, 54 ss.).

Il rapporto tra il poeta e il suo protettore divenne, col tempo, nonostante il primo impatto, non di certo meraviglioso, una vera e propria relazione di amicizia, tanto che Orazio gli si rivolse spesso con parole molto profonde e ispirate da sentimenti reali, non solo di facciata:

“Perché mi strazi l’animo coi tuoi lamenti? Né agli dei, né a me piace che prima di me tu muoia, Mecenate, che per me sei insuperabile onore e sostegno. Se un destino inatteso dovesse rapirti, tu che sei metà dell’anima mia, ahimè, che mi resta, dimezzato superstite che non ama sé stesso? Sarà quel giorno l’estinzione di entrambi. No, non giuro il falso! Anche se tu dovessi precedermi, insieme, insieme ce ne andremo, preparati ad affrontare insieme il viaggio supremo” (Ode II 17, 1ss.).

D’altra parte, la personalità di Mecenate presentava anche lati non propriamente edificanti. Nonostante il suo amore per le arti e per la sapienza lo spingesse a progredire sulla via del sapere, ciò non gli impediva di essere preda dei vizi che tanti illustri poeti e filosofi romani, Seneca in prima luogo, avevano condannato da sempre.. Egli, infatti era solito crogiolarsi nella bellezza e nel lusso a tal punto da ispirare questo sapido ritratto allo storico di età neroniana Velleio Patercolo:

“Insonne nella vigilanza e nelle emergenze, lungimirante nell’agire, ma nei momenti di ritiro dagli affari più lussuoso ed effemminato di una donna” (Storia romana II 88).

Ciononostante, molti dei poeti e artisti che si trovarono per più o meno tempo sotto la sua ala protettrice gli dedicarono le loro opere, come per esempio lo stesso Orazio, alcune delle cui poesie (come per esempio l’Ode II 17 o la Satira I 16) fanno riferimento a specifici momenti che il poeta ha trascorso insieme a lui. Possiamo quindi dire che intorno a quest’uomo si raccolgono tutti gli intellettuali più influenti della letteratura latina del suo tempo e sicuramente anche alcuni dei più importanti poeti della classicità.

Molti si posero sotto la sua protezione, non esaurendosi quest’ultima solo nel puro e semplice sostegno economico: finché il trono imperiale restò occupato da Ottaviano, Mecenate e i suoi favoriti non avrebbero avuto nulla da temere dall’autorità politica, che, al contrario, sostenne in tutti i modi l’opera di accentramento della cultura che Mecenate aveva iniziato.

Con il procedere del tempo e dopo la morte di Ottaviano, questo “lavoro” sarebbe andato piano piano perdendosi, in quanto alla testa dell’impero si sarebbero susseguiti principi di visione sempre più chiusa, i quali avrebbero impedito alla cultura di svilupparsi, o comunque avrebbero reso la vita molto difficile a chi voleva interessarsi a quelle arti che avrebbero potuto rendersi scomode per l’imperatore.

Del resto, già Augusto, vittima del suo stesso programma di moralizzazione della società, fu per così dire costretto, in tarda età, da ragioni di convenienza ad allontanarsi da Mecenate. Egli, così, chiuse la sua parabola esistenziale fuori dalla cerchio dell’imperatore, caduto in disgrazia, come allora capitò sovente anche ad altri, forse per una ragione di etichetta.

EROS GIBELLINI

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