L’età di Ottaviano

Caio Giulio Cesare Ottaviano è promettente, come lo zio Cesare, fin dall’inizio della sua carriera, come lui stesso mette in chiaro nella sua autobiografia, le Res Gestae:

“A 19 anni, di mia iniziativa e con spesa privata, misi insieme un esercito, con il quale vendicai la repubblica oppressa nella libertà dalla dominazione di una fazione. In quel nome, esssendo consoli Caio Vibio Pansa e Aulo Irzio (43 a.C.), il senato mi escluse nel suo ordine per decreto onorificio, dandomi assieme il rango consolare e l’imperium militare. La repubblica mi ordinò di provvedere, essendo io propretore, insieme ai consoli che nessuno potesse portare danno. Nello stesso anno il popolo romano mi elesse console e triumviro per riordinare la Repubblica, poiché entrambi i consoli erano stati uccisi in guerra.”

Ottaviano ottiene il controllo effettivo dell’impero dopo la vittoria ad Azio (31 a.C.). Il suo odiettivo principale è quello di sistemare sia dal punto di vista istituzionale che politico Roma, da anni dilaniata da guerre intestine. Come afferma R. Syme nella sua “The Roman Revolution”, l’imperatore si serve anche di mezzi illeciti per raggiungere il suo scopo:

“It was the avowed purpose of that statesman to suggest and demonstrate a sharp line of division in his career between two periods, the first of deplorable but necessary illegalities, the second of constitutional government. So well did he succeed that in later days, confronted with the separate persons of Octavianus the Triumvir, author of the proscriptions, and Augustus the Princeps, the beneficent magistrate, men have been at a loss to account for the transmutation, and have surrendered their reason to extravagant fancies. Julian the Apostate invoked philosophy to explain it. The problem does not exist: Julian was closer to the point when he classified Augustus as a chameleon. Colour changed, but not substance.”

Anche in politica estera, Augusto mantiene una linea intesa dal punto di vista bellico per difendere i confini dell’Impero dalle minacce barbare, come egli stesso afferma nelle Res gestae:

“Combattei spesso guerre civili ed esterne in tutto il mondo per terra e per mare; e da vincitore lasciai in vita tutti quei cittadini che implorarono grazia. Preferii conservare i popoli esterni, ai quali si poté perdonare senza pericolo, piuttosto che sterminarli”.

Per quanto concerne Roma, la capitale stessa diventa oggetto di una speciale cura da parte del sovrano, il quale ordina imponenti opere di costruzione e restauro. Ottaviano, forte del titolo di Augusto ottenuto nel 27 a.C. dal senato, capisce che i cambiamneti repentini sono malvisti, e per questo motivo procede sempre “per gradi”, pur mantenendo una posizione di potere assoluto. Uno dei requisiti più importanti per garantire un presente e un avvenire di pace è sicuramente quello della realizzazione della concordia ordinum, cioè della totale riappacificazione tra le varie fazioni presenti a Roma. Ovviamente tale progetto consiste anche nell’eliminazione fisica dei potenziali nemici dell’impero, come ad esempio i repubblicani. Rivoluzionario e reazionario al tempo stesso, il principe si fa baluardo del ritorno ai valori e alle tradizioni del passato, che hanno reso grande Roma. I mores maiorum sono quindi reintrodotti a pieno titolo sia in campo familiare che religioso (con la condanna di tutte le credenze orientali, le quali s’immagina abbiano allontanato i cittadini dall’adorazione dei Lari). Anche il culto dell’imperatore e dei suoi avi diventa centrale, soprattutto nelle province.

Ma la propaganda di Ottaviano deve anche radicarsi nella cultura: le scuole, da sempre considerate un luogo “neutro”, poiché a ciascuno è lasciata la possibilità di esprimere la propria libertà di pensiero, sono affiancati dai collegia iuvenum, i quali propongono un piano educativo conforme agli antichi principi di Roma. Il principe favorisce anche la creazione di circoli letterari (il più famoso è quello di Mecenate, per cui vedi infra), che contribuiscono a favorire il rischio che gli intellettuali del tempo vengano a ricoprire un ruolo di cortigiani.

In conclusione, come afferma R. H. Barrow nel suo “The Romans”:

“He rebuilt the state, using the materials of the Republic, and claimed, with ample justice in theory, that he had ‘restored the Republic’, while he excelled others only in ‘authority’ (auctoritas), a word with a long and honoured Republican tradition.”,

e, come aggiunge a sua volta J. M. Carter in “The battle of Actium”:

“Peace, prosperity, and justice were the noble, if unexciting, objectives of Augustus’s mature years. In large measure he achieved them, and for all the unpleasant nature of his rise to power, his rule brought nothing but good to the millions of ordinary citizens of the Roman world”.

Dunque, è possibile constatare che la pax augustea si fonda sulla straordinaria capacità di Augusto stesso, il quale, approfittando di mezzi più o meno leciti, garantisce a Roma e all’impero la tranquillità che da tanto i Latini hanno cercato, dopo il sangue versato nelle guerre civili.
Con la morte dell’imperatore, avvenuta il 19 agosto del 14 d.C., si conclude così uno degli ultimi periodi di vero splendore della civiltà romana. Il miracolo di questo grande uomo è riassumibile proprio con le sue stesse parole, da intendere sia in senso letterale che in senso figurato, menzionate da due storici di rango come il greco Dione Crasso (Storia romana LVI 30, 3) e il latino Svetonio (Vita di Augusto 2, 8):

“Ho trovato Roma di mattoni e l’ho lasciata di marmo”.

CAROLA GIORDANO

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