Introduzione

Ogni tanto, quando lavoro, ho la spiacevole impressione di combattere contro i mulini a vento: mi sembra, malgrado i miei sforzi, di non avere, come insegnante di materie classiche, né le forze fisiche e morali né l’appoggio sociale bastevoliper trasmettere un’eredità vera di coscienza civile e di idealità ai miei allievi tramite l’esempio dei grandi del passato. Ogni tanto, insomma, mi chiedo se abbia ancora senso impegnarmi tanto e produrre così scarsi risultati con la conseguenza che, sempre talora, volentieri getterei la spugna.

Poi, però, mi capita che un alunno indovini una costruzione in una versione, o che un altro, impegnato nella stessa attività, mi fermi dicendo: “Ho capito qualcosa”. Basta quella constatazione a farmi vedere la luce in fondo al tunnel, a farmi scorgere un barbaglio di speranza.

Ecco cos’è, per come l’ho pensato (anzi per come io e i miei allievi di questa gloriosa quinta l’abbiamo pensato), questo libricino. Catullo l’avrebbe detto “rifinito”, noi, al massimo, lo possiamo definire “abbozzato”. Questa breve, ma densa raccolta di analisi testuali (tra dati puramente grammaticali e osservazioni formali e contenutistiche) di poesie di Orazio altro non è, dunque, che il tentativo, relativamente riuscito, di far risplendere ancora, tramite noi ammirati epigoni, il pensiero degli antichi con tutta la sua attualità e con tutta la sua forza.

Da queste pagine, noi speriamo, emergerà ancora una volta il genio poetico e ironico di Orazio, un filosofo della vita, malgrado non avesse propriamente studiato filosofia, un esperto della piccola cronaca il quale, chiuso nel suo angulus appartato, osservava ora sorridendo, ora meno felicemente, le vie affollate della sua città e i gesti degli umili nel contado. Motivo della sua poesia sono dunque i vizi (tanti) e le virtù (poche) di una società che, già percorsa dal brivido delle guerre civili, viveva di cinismi e di parole d’ordine le quali, inevitabilmente, finivano per essere inascoltate, una società in crisi, per questi versi assai simile a quella in cui ci capita oggi di vivere.

In questo quadro depauperato e sconfortante, Orazio, malgrado la consapevolezza che la guerra per la repubblica e la libertà era già stata persa, cercava almeno di tenere “pulito” il proprio giardino di casa, di mantenere i rapporti personali cui teneva, di combattere una propria personale battaglia per capire il senso della propria attività poetica, affidandosi alla filosofia come arma per vivere meglio e contrastare l’inclinazione alla depressione. È lui, insomma, il buon modello per chi, come i giovani che oggi si affacciano sul mercato del lavoro, è sempre a rischio di sentirsi a disagio, in difficoltà, in anticipo o in ritardo rispetto ai tempi. È l’Orazio che ci insegna a vivere i momenti diversi della nostra vita non con rassegnazione, ma con vera saggezza; è l’Orazio che ci dimostra che a contare non è il denaro, se non come mezzo, ma ciò che è bello – l’amore, l’amicizia, la poesia; è l’Orazio positivo e ottimista che invita a godere del presente non in una vana ricerca dei piaceri effimeri, ma nella consapevolezza che ogni attimo fuggente vada a costruire la nostra personalità e che, se usato nel modo giusto, contribuisca a salvare la nostra umanità dal degrado che lavorrebbe assimilare.

Ecco cos’è per noi Orazio: un baluardo contro il fragore falsamente epicureo del consumismo e della degenere modernità, contro l’invito a prendere e usare senza rispetto persone e cose, contro l’irragionevolezza di un mondo dove tutto è alla rovescia e che rischia di annegare nella propria melma.

Ecco, in ultima analisi, perché ancora mi sforzo di lasciare qualche remota traccia nelle coscienze di chi, quasi per caso, mi incontra tra i banchi di scuola. Non ho la pretesa che questi tentativi abbiano un completo successo, ma mi basta soltanto che io ci abbia provato per potermi sentire ancora in pace con me stesso.

Ringrazio, così, questi miei più recenti allievi, dei quali ho imparato ad apprezzare i lati migliori come quelli peggiori. Li ringrazio e li apprezzo non tanto per i loro risultati (che pure sono soddisfacenti, se penso al percorso umano e didattico che abbiamo intrapreso in così pochi anni), ma soprattutto perché ci hanno provato. E tentare di migliorarsi, di per sé, è già passibile di un premio, perché la virtù non sta tanto in quello che si ottiene con la propria fatica, ma proprio in quella fatica e in quell’impegno che, anche senza risultati, non sono mai inutili, ma segno eterno della nostra umanità.

LUIGI ARATA

alla V D (anno scolastico 2010-2011),

cui mi lega un immenso affetto

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