Epistole II

Le epistole, che Orazio chiamò sermones come le Satire, costituiscono la sua ultima produzione. Ne scrisse due libri: il secondo, pubblicato nel 13 a.C., comprende solamente tre componimenti. Si ritiene che questi ultimi non furono raccolti dallo scrittore stesso, ma in età successiva; inoltre, la terza epistola, la cosiddetta Ars poetica, da una parte della tradizione è inclusa nel II libro, da un’altra è ritenuta un’opera a parte e dunque esclusa dalla raccolta. Quanto ad estensione, le più lunghe sono proprio quelle del II libro. Esse prevedono destinatari reali, ai quali l’autore propone questioni ben precise e dettagliate. Fra i due libri, dal punto di vista contenutistico e tematico, si avverte facilmente una differenza: le epistole del I libro affrontano contenuti diversi, mentre quelle del secondo libro sono caratterizzate dal prevalere della tematica letteraria, in particolare la terza.

Il primo componimento del II libro è indirizzato ad Augusto, che aveva chiesto ad Orazio un dono poetico. Il Venosano risponde di non essere adatto ad una poesia celebrativa:

“Ma la tua maestà non consente canto minore, e il mio pudore non osa tentare ciò che le forze non permettono. Il troppo zelo, quando difetta d’intelligenza, infastidisce chi si ama, e più ancora quando si affida ai ritmi dell’arte: vedi, s’impara presto l’oggetto del nostro riso e si ricorda meglio ciò che si stima e si ammira” (Epistole II 1, 257 ss.).

Lo scrittore preferisce piuttosto avviare una lunga disquisizione su un problema letterario molto avvertito ai suoi tempi:

“Non che io denigri l’opera di Livio e ritenga che si debba distruggerla (ricordo come, da ragazzo, Orbilio me la dettasse a suon di frusta), ma che la si consideri per la purezza dello stile bella poesia e vicinissima alla perfezione, questo, confesso, mi stupisce.” (Epistole II 1, 69 ss.).

Egli è stupito dalla valutazione positiva che è data della letteratura arcaica, che per lui invece presenta alcuni difetti, come la tecnica compositiva immatura. Secondo il poeta, una vera svolta nella poesia latina avviene grazie alla penetrazione e alla diffusione dell’esempio greco:

“La Grecia conquistata conquistò il suo fiero vincitore (Graecia capta ferum victorem cepit) introducendo le arti nel Lazio contadino: così si estinse il selvaggio ritmo saturnio e l’eleganza bandì la sua fastidiosa rozzezza” (Epistole II 1, 156 ss.).

Così, risulta evidente che Orazio preferisce agli antichi gli autori del suo tempo e non ha paura nell’ammetterlo, nonostante vada controcorrente, in quanto al suo tempo tutti elogiano la produzione letteraria arcaica. Nella medesima epistola Orazio, intrecciandolo al tema fin qui esposto, affronta un altro argomento piuttosto scottante per gli uomini di cultura a lui contemporanei e cara ad Augusto: la ripresa del teatro. Dinanzi a questa possibilità, che per il principe ha anche un forte risvolto politico, lo scrittore si mostra alquanto scettico e poco interessato: ribadisce la convinzione che gli antichi anche in questo campo fossero carenti dal punto di vista della raffinatezza formale e inoltre asserisce che anche ai suoi tempi c’è scarso interesse per la poesia drammatica. Allora, decide di proporre un’alternativa, ovvero una poesia fruibile, nella quale gli scrittori possono fornire ottime prove, all’altezza del gradimento di Augusto.

Nel secondo componimento, indirizzato a Floro, l’autore espone i suoi nuovi ideali morali e artistici: egli intende sospendere gli svaghi, anche quelli poetici, perché l’età non glieli consente più; la vecchiaia che avanza porta pigrizia e fastidio per il frastuono della città. Orazio dichiara che ormai la sua vena poetica è quasi prosciugata e si dichiara molto più propenso agli studi filosofici e alla riflessione morale nell’intento di migliorare se stesso:

“La saggezza è utile: ti fa rinunciare alle vanità, lascia ai fanciulli i giochi che convengono all’età loro, non insegue parole da intonare sulle lire latine, ma t’insegna ritmo e misura della vita vera. Per questo parlo con me stesso e medito in silenzio” (Epistole II 2, 141 ss.).

Il componimento, sia per la sua impostazione sia per l’argomento, appare più vicino a quelli del I libro.

La III epistola, destinata ai Pisoni (ad Pisones) ovvero a Lucio Calpurnio Pisone Frugi e ai suoi due figli, amici di Orazio e cultori di letteratura e di poesia, fu intitolata Ars poetica dal retore d’età flavia Quintiliano. In essa il poeta afferma tutti i principi della poesia classica, aderendo prevalentemente ai precetti aristotelici. Si tratta di un’ampia e profonda disquisizione sull’arte della poesia (molto probabilmente ispirata all’opera di un grammatico peripatetico del III secolo a.C., Neottolemo di Paro, che aveva elaborato teorie piuttosto vicine alla dottrina aristotelica). Il componimento è un vero e proprio trattato che può essere diviso in tre parti: in quella iniziale (vv.1-41), si discute della facoltà di concepire l’argomento, del contenuto della poesia, dell’invenzione e del modo in cui devono essere usati gli argomenti poetici, che devono essere caratterizzati da semplicità e unità:

“Ogni cosa va bene, pur chè sia semplice e unitaria. Guarda tu, padre, e voi figli degni di lui, come il miraggio della perfezione inganni tutti o quasi noi poeti. Mi sforzo d’essere breve e divento oscuro; inseguo l’eleganza e perdo nerbo, slancio. Mi propongo il sublime e ottengo l’enfasi; sono troppo prudente e timoroso nell’affrontare le difficoltà e striscio terra terra. Si cerca la varietà del meraviglioso in un soggetto semplice e si dipinge un delfino nel bosco, un cinghiale nel mare. Se manca l’arte, per evitare errori si cade in altri difetti”. (Epistole II 3, 23 ss.).

La parte successiva (vv. 42-294) è dedicata all’espressione poetica (poiema) e agli elementi formali della poesia, come i diversi stili, i generi e la versificazione.

Nell’ultima parte (vv. 295-476), Orazio si sofferma sulla figura del poeta, sulla sua formazione e sulla sua cultura, sugli obiettivi che deve porsi nello scrivere poesia, cioè l’utilità e il diletto, e infine su quale sia il poeta perfetto:

“Non basta che la poesia sia bella; deve suscitare piacere e condurre il nostro spirito dove preferisce…. I poeti si propongono di piacere o di giovare, oppure di dire a un tempo cose piacevoli e utili alla vita. Ma breve, in ogni caso, sia il tuo insegnamento, perchè lo spirito di chi vuole imparare afferri subito le tue parole e le ritenga fedelmente a lungo: il superfluo trabocca da un cuore ricolmo”. (Epistole II 3, 99 ss.).

Fra le varie questioni affrontate dall’autore nell’Ars poetica, ve ne è una nodale: se la poesia sia frutto della fantasia creativa (ingenium) o dell’elaborazione (ars). Egli sostiene che la poesia nasce dall’incontro di entrambe e, in questo modo, getta le basi delle teorie poetiche su cui si sarebbero fondate le tendenze classicistiche dei secoli successivi: decoro, convenineza, equilibrio e misura.

SALIMA BOUNAIDJA

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