Epistole I

Dopo i primi libri delle Odi, Orazio si dedicò alla scrittura delle Epistole, lettere indirizzate ad amici e conoscenti, come Mecenate, Tiberio e Torquato. Il primo libro delle Epistole, suddiviso in venti componimenti, fu scritto nel 20 a.C. Queste lettere rappresentano un nuovo genere poetico perché erano considerate novità assolute anche per la poesia greca. Per quanto riguarda lo stile esse sono scritte in esametri e trattano temi elevati, sebbene alcune di esse possano sembrare niente di più che lettere d’amicizia. Analogamente alle Satire, anche le Epistole fanno parte dei sermones, ma in questi componenti l’autore si dimostra più insofferente verso gli impegni della vita sociale,perché egli sente l’avvicinarsi della vecchiaia e quindi dimostra tutta la sua stanchezza e delusione. Inoltre diversamente dalle Satire, lo stile è meno aggressivo e più lontano dalla comicità.

In quest’opera Orazio mostra la propria autonomia di pensiero: infatti, nell’Epistola I 1, diretta a Mecenate, egli giustifica il proprio abbandono della lirica e il suo interesse per la filosofia. Dichiara di non seguire in questo campo nessuna dottrina in particolare, poiché il sapiente deve essere libero. L’autore rinuncia ai toni comici per accentuare dunque momenti più educativi e didattici: tramite la sua riflessione morale il poeta è la guida che impartisce numerosi suggerimenti ai suoi destinatari.

Ne è un chiaro esempio la seconda lettera che è destinata all’amico Massimo Lollo, al quale Orazio rivolge una serie di utili consigli:

“Chi bene incomincia è alla metà dell’opera. Coraggio, cerca di essere saggio (sapere aude): incomincia. Chi manda l’ora della saggezza è il contadino in attesa che il fiume defluisca: ma il fiume scorre e scorrerà veloce per la notte dei tempi” (Epistola I 1, 40ss.).

Tra questi ammaestramenti c’è l’invito a essere saggi, cioè a dedicarsi solo agli studi e alle occupazioni oneste, sottolineate appunto con l’espressione, divenuta proverbiale, sapere aude.

Nella raccolta sono di grande importanza le tematiche dell’amicizia, dell’onestà, della semplicità, della gioia di vivere. Quest’ultima ha una particolare influenza nell’Epistola I 5, nella quale è collegata al piacere del vino. Questa lettera è dedicata all’avvocato Torquato che viene invitato a casa dello scrittore per consumare una cena modesta. In questa occasione, il letterato spiega all’amico che bisogna sapersi accontentare:

“Che senso ha la ricchezza se non sai goderne. Chi pensando all’erede, risparmia e vive come un taccagno è pazzo da legare: voglio cominciare a bere, a spargere fiori, anche con il rischio di essere considerato incosciente. Oh il vino, il vino: svela i desideri, spinge i vili a combattere, cancella il peso dell’angoscia, ispira le arti. Dimmi chi non rende loquace un bicchiere di vino, chi non libera chi non libera dalla stretta del bisogno” (Epistola I 5, 12ss.).

Orazio gli consiglia di lasciarsi andare alle gioie e di rinunciare alle ricchezze e alle vane speranze per il futuro: ciò fa tornare in mente, naturalmente, il motivo del carpe diem, cioè l’esortazione a cogliere l’attimo e a vivere al meglio il presente.

La raccolta è incentrata sul fatto che il sapiente deve essere sempre libero e onorato: l’autore afferma questa sua esigenza di indipendenza e autonomia nell’Epistola I 7. In questi versi Orazio si rivolge a Mecenate e si giustifica per la sua prolungata assenza da Roma:

“Ti avevo promesso di rimanere quattro o cinque giorni in campagna e, bugiardo che sono, è ormai tutto agosto che mi faccio desiderare. Eppure se tu, Mecenate, mi vuoi in forza e in buona salute, mi devi concedere venia, come quando sono ammalato, ora che io temo di diventarlo, finché è almeno il tempo dei fichi maturi, e l’afa aduna attorno ai cortei funebri neri lettori dell’impresario, finché i genitori in ansia palpitano per i loro ragazzi e lo zelo nel sbrigare doveri e affari del loro caro febbri e fanno aprire testamenti. Quando l’inverno stenderà la neve sui colli Albani, il tuo poeta scenderà al mare, starà inguaiato rannicchiato a leggere; solo coi primi zefiri e le rondini, se lo permetterai, verrà a trovarti, dolce amico mio” (Epistola I 7, 1ss.).

Inoltre, descrive i luoghi in cui vive e vorrebbe rimanere per rilassarsi, contro il desiderio del destinatario che al contrario vorrebbe che lo raggiungesse a Roma.

Uno dei consigli che troviamo più frequentemente è quello di evitare di volere troppo, come è affermato perentoriamente nell’Epistola I 13, destinata ad Asina che aveva il compito di consegnare le Odi ad Augusto; a lui Orazio ribadisce il concetto, ovvero lo esorta a non strafare:

“Come ti ho spiegato sino alla noia, Vinnio, prima che tu partissi, consegnerai ad Augusto i volumi sigillati solo se sarà in buona salute, allegro o se te li chiede. Non strafare per l’amor mio: se insistessi troppo in qualità di ambasciatore renderesti odiosi i miei libretti. Ma se il peso delle mie carte ti diventasse insopportabile, gettale via, piuttosto che scrollartele di dosso come una malabestia dove sei incaricato di portarle” (Epistola I 13 1ss.).

Nella diciannovesima epistola, indirizzata a Mecenate, Orazio difende la sua lirica da imitatori e detrattori:

“Alceo, prima ignoto dalle cadenze della nostra lingua, e l’ho divulgato io, io lirico latino” (Epistola I 19, 13 ss.).

Orazio conclude il primo libro con l’epistola ventesima che indirizza a se stesso e nella quale si congeda dal suo pubblico. Qui offre molti suggerimenti ai suoi lettori, ma in particolar modo riflette sulla sua stessa vita e, ispirandosi alla filosofia, cerca di riordinarla, come avrebbe fatto il suo maestro Epicuro.

ADELE AIMO

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