Alceo di Mitilene: il modello greco di Orazio

Alceo visse tra il VII e il VI secolo a.C. Alcuni studiosi ritengono che la sua nascita sia da collocare tra il 630 e il 620 a.C. Trascorse la sua vita a Mitilene, sull’isola di Lesbo, durante un periodo costellato da numerose lotte interne che segnarono una svolta nella storia politica e sociale della città. Il declino dell’egemonia della famiglia dei Pentidi determinò questa crisi, che si protrasse fino all’avvento di Pittaco al potere (590 a.C.). Prima di questo governo, però, Mitilene fu retta dai tiranni Melancro e Mirsilo. Alceo fu un fiero oppositore di ogni tipo di tirannide, perciò alla morte di Mirsilo espresse tutta la sua gioia (fr. 332 Lobel-Page: “Ora, bisogna ubriacarsi. Ora, bisogna che ognuno a forza beva: Mirsilo è morto”). All’ascesa di Pittaco, Alceo subì due esili e le sue poesie si trasformarono in pungenti invettive contro il nuovo rivale (fr. 348 Lobel-Page: “Quell’uomo di ignobili natali, Pittaco, lo hanno fatto tiranno di una città priva di rancore ed infelice, e tutti a lodarlo grandemente”).

I componimenti di Alceo sono caratterizzati da una partecipazione diretta agli eventi che circondano il poeta. Si può sostenere che i suoi scritti, destinati ad un ristretto uditorio di nobili, nascano nell’azione e per l’azione. Lo stile mira a donare un’idea visiva e concreta di una particolare situazione politica, perciò sono presenti molte allegorie, aforismi e metafore, come quella di una nave in tempesta che rappresenta la polis afflitta dalle guerre civili (fr. 326 Lobel-Page: “Combattendo fra i venti, il mare pazzo ci sbatte avanti e indietro, onda dopo onda. La nera nave va fra i cavalloni. Sul naufrago equipaggio alla deriva il tifone infierisce, e già è sommersa una parte dell’albero, e la vela già senza vita pende e già i brandelli con l’ancora e le cime porta il vento”).

Accanto alla tematica della lotta, c’è quella del simposio, in cui è dominante il motivo del vino, il quale, in tutte le circostanze della vita, porge all’uomo il rimedio per resistere alle sofferenze e agli affanni interiori. La vita è breve e incerta, perciò bisogna cercare di renderla piacevole e il bere offre questa possibilità (fr. 346 Lobel-Page: “Beviamo, perché aspettare le lucerne? Breve il tempo. O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte, perché il figlio di Zeus e Sémele diede agli uomini il vino per dimenticare i dolori. Versa due parti di acqua e una di vino; e colma le tazze fino all’orlo: e l’una segua subito l’altra.”). Il vino, inoltre, accompagna l’esistenza umana sia durante le fredde giornate invernali che nelle ore afose della stagione estiva (fr. 347 Lobel-Page: “Gònfiati di vino: già l’astro che segna l’estate dal giro celeste ritorna, tutto è arso di sete, e l’aria fumica per la calura. Acuta tra le foglie degli alberi la dolce cicala di sotto le ali fitto vibra il suo canto, quando il sole a picco sgretola la terra. Solo il cardo è in fiore: le femmine hanno avido il sesso, i maschi poco vigore, ora che Sirio il capo dissecca e la ginocchia”).

Numerose riflessioni dell’autore greco sono recuperate da Orazio sei secoli più tradi, in particolare nei primi tre libri delle Odi. Orazio prende Alceo come modello, sebbene tenda raramente all’imitatio. La tecnica prediletta dal poeta latino è quella della citazione di un celebre brano greco, usato come sorta di motto, la cui traduzione serve da impulso iniziale per una sviluppo del tutto originale, perché il contesto è sempre quello romano a lui contemporaneo. I temi centrali dei componimenti di Alceo, infatti, formano generalmente solo la cornice dei pensieri più profondi di Orazio, quali la brevità della vita e l’esaltazione della giovinezza, l’importanza dell’amore e dell’amicizia.

L’autore romano, inoltre, introdusse la strofe alcaica che deve il suo nome proprio ad Alceo di Mitilene (ad esempio nell’Ode I 9, la quale si avvicina anche nel contenuto al fr. 338 Lobel-Page: “Pioggia e tempesta dal cielo cadono immense; le acque dei fiumi gelano… Il freddo scaccia, la fiamma suscita, il dolce vino con l’acqua tempera nel cratere, senza risparmio; morbida la lana le tempie avvolga”). Questa strofe è costituita da due endecasillabi, un enneasillabo e un decasillabo.

Nei versi oraziani, si ritrovano, oltre ad Alceo, altri modelli greci, come Saffo, Anacreonte e Pindaro, dai quali Orazio ha rintracciato spunti poetici e ha desunto la tendenza all’eleganza e alla perfezione formale.

SILVIA PAMPARINO

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